Vesuvio
Venerdi sera sono stato invitato ad una conferenza a Torre del Greco sul rischio Vesuvio.
Il titolo era di impatto, forte e senza equivoci: “quando erutterà?” La ragione per cui i Lions locali mi avevano chiesto di fare una relazione era collegata ad un’interrogazione che avevo presentato al governo all’indomani del servizio choc del National Geographic sul numero di settembre scorso, dove veniva messa in conto, supportata da una serie di dati scientifici, un eventuale eruzione di tipo “pliniano”.
Ovvero l’evento massimo, addirittura superiore alla famosa eruzione del 79 d.c. che distrusse Ercolano e Pompei. Attualmente nel Piano di Evacuazione della Protezione Civile, rimasto fermo alla redazione del 1995, questa possibilità è esclusa con l’inserimento nella fascia rossa soltanto di 16 comuni , perché la previsione massima è quella di un evento simile all’eruzione che coinvolse l’area nel 1631, comunque forte, ma che lambi’ appena Napoli.
Ora, i relatori, autorevolissimi vulcanologi ed antropologi, hanno tentato di dimostrare che si tratta di una follia e non di un pura tendenza all’allarmismo la non valutazione da parte della comunità scientifica e delle autorità politiche di una eventualità cosi’ drammatica ( secondo loro possibile nell’ordine dell’11 per cento) che coinvolgerebbe non solo le 700000 persone dell’area vesuviana, ma persino il resto dell’Hinterland. Un corpaccione di 3 milioni di abitanti, una metropoli che direttamente sarebbe coinvolta nell’evento.
D’altra parte nel piano stesso ci sono delle incongruenze palesi, come ad esempio il fatto che la zona rossa si esaurisca a Croce del Lagno e la zona est di Napoli inserita nella zona gialla, quella che verrà evacuata già in fase eruttiva. E’ come dire che per miracolo l’impatto enorme del Foll-out del Vesuvio ( quasi simile ad una bomba atomica, secondo l’antropologo Petrone) si fermerebbe alle porte di san Giovanni a Teduccio. Va dunque rivisto quel piano ed operata una informazione più puntuale per i cittadini rispetto alle vie di fuga e cosa fare durante l’emergenza. In Giappone, ad esempio, nelle aree a più alta intensità vulcanica o sismica i cittadini conoscono dal giorno in cui nascono dove e come scappare, in che direzione dirigersi e quali gesti compiere. Qui, nulla. Eppure, come è abbastanza noto, ci troviamo di fronte al rischio di una possibile catastrofe, che si delineerebbe quasi come un buco al centro dell’Europa, con un collasso in termini umani ed economici di proporzioni incalcolabili. Per ripianare il danno occorrerebbero, detto brutalmente, almeno 10 manovre finanziarie oltre che un programma serio di accoglienza e di stabilizzazione dei “profughi vesuviani”.
Diceva nel suo intervento, il vulcanologo Mastrolorenzo che il Vesuvio è paragonabile ad un vecchio di novant’anni: ha oggettivamente qualche possibilità in più di morire rispetto ad altri e, dunque, necessita di un attento monitoraggio e della consapevolezza collettiva che prima o poi qualcosa accadrà.

























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