KOSOVO. ANCORA SULLA RIBALTA ITALIANA
Kosovo. Ancora, dopo quasi un decennio, questa regione torna sulla ribalta politica italiana. Di nuovo l’Europa si trova di fronte a scelte complicate che ne mettono in discussione persino l’autorita’ politica oltre che la capacita’ di governare i conflitti in un’area a lei tradizionalmente vicina, benche’ negli anni novanta sia stata appaltata alle scelte e gli orientamenti del Dipartimento di Stato americano. In quell’inverno 98-99 ci confrontammo tanti di noi per la prima volta con il dilemma di come porre fine ad una pulizia etnica senza venire meno ai principi pacifisti che caratterizzavano da sempre la sinistra politica italiana. Alcuni intellettuali « a la carte » riesumarono la sindrome di Monaco che, a loro avviso, coglieva una parte dell’Europa e dei governi progressisti, che non volevano prendere le armi per contrastare la Serbia di Milosevic responsabile di una crisi umanitaria senza precedenti. L’enfasi retorica dei nuovo resistenti condusse il primo Governo italiano guidato da un’ex comunista, Massimo D’Alema, a partecipare alla missione Nato che piego’ Belgrado con un bombardamento lungo 80 giorni e inauguro’ in Kosovo una amministrazione controllata delle Nazioni Unite ( UNMIK) che avrebbe garantito la pacifica convivenza tra i popoli, senza mettere in discussione l’integrita’ statuale dellea federazione iugoslava. In pochi, anche nei ds, allora ci opponemmo a questa strada. Senza successo e senza grande seguito. Dopo quasi dieci anni, questa impostazione sembra fallita. Non solo i conflitti interetnici non si sono sedati ( questa volta a parti ribaltate, con i serbi sempre piu’ emarginati nella vita civile del Kosovo) ma si fa sempre piu’ concreta l’ipotesi della nascita di un nuovo stato nel cuore dei Balcani. Gli irredentisti kosovari, pressoche’ la totalita’ dei partiti politici costituiti, spingono per la dichiarazione unilaterale di indipendenza, aprendo cosi’ sia sul piano giuridico che politico un precedente pericoloso. La comunita’ internazionale non ha mai escluso questo sbocco definitivo, ma ha sempre subordinato lo status ad una serie di standards fondamentali perche’ l’autonomia potesse essere definita : multietnicita’, legalita’, economia forte, istituzioni democratiche e trasparenti, controllo delle frontiere. Tutto questo al momento appare un miraggio. Eppure avverra’: entro poche settimane il Kosovo dichiarera’ la propria indipendenza e le conseguenze non saranno secondarie. Washington dara’ il proprio assenso, procedendo immediatamente al riconoscimento della nuova entita’ statuale. Mosca, non tanto per solidarieta’ verso il vecchio alleato serbo ma per timore di possibili ripercussioni interne ( do you remember Cecenia ?), tentera’ di mettersi di traverso, impedendo che il Consiglio di Sicurezza approvi una risoluzione di sostegno. E l’Europa ? Il rischio che non tenga un atteggiamento unitario c’e’. Gia’ la Spagna, la Grecia e la Romania hanno fatto capire con posizioni ufficiali che non condividono una soluzione tanto radicale. Con un ruolo ridimensionato dentro questa partita, senza capacita’ di prendere un iniziativa politica autonoma, ma allo stesso tempo costretta a metterci la propria faccia e i propri soldi per amministrare i danni del post-indipendenza, l’Europa rischia di uscire massacrata da questa crisi. Insomma, dovra’ esser il curatore fallimentare di un decennio di fallimenti di politica estera americana nei Balcani, senza pero’ avere la forza di scandire tempi e modalita’ diversi nel processo di autonomizzazione del Kosovo. Pristina, vorrei ricordarlo, rischia, d’altra parte, di diventare una sorta di stato delle mafie a pochi chilometri da Roma, Berlino e Parigi, una sorta di lavanderia di guadagni illeciti, traffici di armi e droga alle porte del Mediterraneo. Bella conquista, oltre che precedente pericoloso per altri teatri indipendentisti disseminati in giro per il Mondo. Forse la proposta di Antonio Cassese, esimio giurista ed ex responsabile del Tribunale dell’Aja , che conosce bene i Balcani, di procedere gradualmente alla separazione, attraverso la tappa intermedia della confederazione – con pari dignita’ tra serbi e kosovari ed un serio ruolo attribuito alle Nazioni unite -, potrebbe rallentare la precipitazione di una crisi dilagante. Ma, ormai, le navi sono salpate ed anche l’estrema mediazione di Antisaari, inviato dell’Onu, appare con il fiato corto. Avremo un gennaio caldo, dunque, sul fronte balcanico che fara’ il paio con il rinnovo della Missione in Afghanistan. L’Italia non sara’ spettatrice, sia perche’ impegnata militarmente nella KFOR ( la missione Nato in Kosovo che conta su 15000 soldati) sia perche’ parte del sestetto di stati delegata a gestire il passaggio all’indipendenza. Quanto la sua saggezza diplomatica e il rispetto conquistato in due anni di nuovo corso della Farnesina peseranno nei confronti dei contraenti? E quanto il Parlamento sara’ coinvolto nella gestione di questa ennesima crisi? speriamo che l’alternativa non sia semplicemente il bere o l’affogare…

























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